Basta: “Genitori adottivi? Che bravi!”

Qualche giorno fa mi ferma per strada l’ennesima signora: “Ma le ha adottate? Uh, che bella cosa. Ma che bravi che siete stati!”. Sorriso di circostanza, e ci riprovo ancora una volta: “Signora, quelle brave sono le mie figlie. Hanno fatto loro la fatica più grande”. Ma lei imperterrita: “Sì, ma siete stati bravi, avete fatto proprio una bella cosa”.
Lo so che la signora di turno è mossa da buone intenzioni, me lo ripeto ogni volta come un mantra, ed è per questo che continuo a rispondere educatamente, ma la verità è che non ne posso più di questa visione distorta e semplicistica nell’immaginario collettivo dell’adozione come atto di “beneficenza” che sottintendono i commenti simili a questi.
Parliamoci chiaro, se avessi voluto fare della beneficenza, avrei fatto altro. Per esempio volontariato qualche ora alla settimana o una donazione a favore di qualche onlus, non avrei certamente adottato due figli! Perché l’adozione, cito l’asettica ma inequivocabile definizione dell’enciclopedia Treccani, è un “istituto giuridico che fa sorgere un rapporto di filiazione in assenza di procreazione”. Se vogliamo tradurlo in termini affettivi, l’adozione altro non è che un modo diverso dalla procreazione per formare una famiglia. Una famiglia per la vita, un legame che dura fino alla morte, e anche oltre…
Chi si sognerebbe di andare da una coppia che ha appena partorito un figlio e dire loro “che bravi che siete stati, che bella cosa che avete fatto”. E lo stesso identico discorso vale per le famiglie adottive: è il naturale desiderio di creare una famiglia che spinge una coppia ad adottare, non l’idea di fare beneficenza. La differenza sta nella modalità con cui un bambino diventa figlio, non nelle intenzioni dei genitori. Io non ho fatto “una bella cosa”, io sono diventata madre. E mi butterei nel fuoco per le mie figlie, come qualsiasi altra donna che ha partorito. Poco importa per me se hanno il mio sangue oppure no.
Il fatto poi che nell’adozione al centro ci siano i bisogni del bambino e che l’adozione sia l’unico modo per dare una famiglia a un bambino che non ce l’ha o che non è in grado di prendersi cura di lui, non c’entra nulla con il motivo che spinge una coppia all’adozione.
Non si può adottare un figlio per spirito caritatevole. Non durerebbe a lungo.
Questi bambini, i nostri figli, hanno un disperato bisogno di sentirsi amati incondizionatamente dal profondo delle viscere, e lo chiedono a gran voce con i loro gesti ogni giorno, a volte urlandoti in faccia tutta la loro rabbia, a volte provocando fino all’esasperazione. Perché quello che chiedono è di essere amati. Quelle di questi bambini sono vite spezzate, spesso hanno totalmente perso fiducia negli adulti, quegli adulti che magari li hanno traditi o maltrattati, quando invece avrebbero dovuto prendersi cura di loro e proteggerli. La loro fiducia, il loro affetto ce lo dobbiamo guadagnare, tutti i giorni, non sono sufficienti un tetto sulla testa, dei vestiti, bei giocattoli, un’accurata istruzione. Ci vogliono il triplo dell’amore e il doppio della pazienza. Questi bambini ti entrano nell’animo, con le loro storie spesso dolorose, che dobbiamo essere capaci di ascoltare e custodire e che inevitabilmente diventano un pezzettino di noi.
No, non basta lo spirito di carità, ci vuole l’amore, quello con la A maiuscola, che solo una madre e un padre possono dare. Ed è solo grazie a quell’amore che questi bambini possono rinascere, diventando nuovamente e meravigliosamente figli.

(fonte: Alley Oop – Il sole 24 ore)

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Quando un Paese chiude le adozioni internazionali

Come già accennato, l’Etiopia ha chiuso le adozioni internazionali.

Riporto qui un articolo letto su Vita.it . E’ un po’ lungo, ma mi scuserete voi e l’autrice se abbia ritenuto corretto non estrapolarne solo una parte, vista l’importanza:

Quando un Paese chiude le adozioni internazionali è una sconfitta per tutti: per i bambini che rimangono in abbandono, che più difficilmente vedranno rispettato il loro diritto a vivere in una famiglia, per la comunità internazionale che non è riuscita a sostenere il Paese nello sforzo di combattere fenomeni di malpratiche, per il Paese stesso che non riesce a governare una situazione troppo difficile per il fragile sistema di protezione dell’infanzia.

Per questo la notizia della decisione del governo etiope di sospendere a tempo indeterminato le adozioni, confermata anche dall’ambasciata italiana, è stata accolta in Italia da grande tristezza.

Nessuna sorpresa. E’ una notizia però che non sorprende chi si occupa di adozioni in Etiopia. Già nel 2016 la maggior parte dei Paesi di accoglienza (Francia, Germania, Spagna, Belgio francofono, Svizzera, Svezia e Norvegia) aveva deciso di sospendere le adozioni dall’Etiopia perché, a loro avviso, non esistevano le condizioni per garantire la verifica dell’effettivo stato di abbandono dei bambini e di conseguenza la correttezza delle procedure di adozione. Lo scorso 21 aprile era stata l’ambasciata degli Stati Uniti ad annunciare la decisione del governo etiope di sospendere a tempo indeterminato le adozioni e ora finalmente anche l’ambasciata italiana ha dato la stessa comunicazione, dopo ulteriori conferme sempre da parte degli Stati Uniti. Il governo etiope però non ha ancora ufficializzato con un documento scritto la decisione e nemmeno si è fatta sentire alcuna voce da parte della nostra Autorità Centrale (la Commissione Adozioni Internazionali) che dovrebbe tenere i contatti con i Paesi da cui provengono i bambini adottati in Italia.

Una situazione difficile da tempo. Da anni le adozioni in Etiopia, che non ha aderito alla Convenzione dell’Aja, sono in situazione di evidente difficoltà e sono stati diversi gli episodi di adozioni illecite e di malpratiche riportati dalla stampa internazionale.

Le adozioni dall’Etiopia, iniziate alla fine degli anni ’80 (la prima adozione dall’Etiopia in Italia è del 1990), hanno avuto un enorme incremento nei primi dieci anni del millennio, passando dalle 620 adozioni del 2000 alle 4.596 adozioni nel 2009, quando gli Stati Uniti erano (e sono tuttora) il primo Paese di accoglienza dei bambini adottati dall’Etiopia, a cui seguivano Spagna, Francia e Italia. Nel 2010 dall’Etiopia proveniva il 70% di tutti i bambini adottati dall’Africa e l’Etiopia era il primo Paese di provenienza delle adozioni fatte da Belgio, Danimarca, Germania e Svizzera, il secondo Paese per l’Italia.

Ormai tutti coloro che si occupano di adozioni a livello internazionale sanno che una crescita cosi importante nel numero di bambini adottati nasconde spesso il rischio, se non la certezza, di pratiche non corrette.

La consapevolezza delle istituzioni. L’opinione pubblica e le istituzioni etiopi hanno iniziato a prendere consapevolezza delle criticità del sistema già nel primo decennio degli anni 2000. Non è un caso che nel 2012 sia stata organizzata proprio ad Addis Abeba una conferenza dell’African Child Policy Forum sulle adozioni internazionali durante la quale vengono messe in evidenza le preoccupazioni dell’Etiopia e dell’Africa in generale rispetto all’effettiva capacità dei sistemi di protezione dell’infanzia dei Paesi africani di rendere concreto il principio del superiore interesse del minore anche nelle pratiche di adozioni internazionali, attraverso il rispetto del principio di sussidiarietà e della verifica dello stato di adottabilità dei minori.

Queste preoccupazioni erano già evidenti nella decisione del MOWCYA ( Ministry of Women Children and Youth Affairs) etiope che nel marzo 2011 aveva annunciato che avrebbe drasticamente ridotto il numero di dossier relativi alle adozioni internazionali verificati da quella data in avanti, con l’intenzione di rendere più stringenti le regole ed i controlli per le adozioni.

Le problematiche relative alle pratiche di dichiarazione dello stato di abbandono sono rese palesi dalla nuova procedura che viene introdotta nel maggio 2011, che introduceva l’obbligo per le coppie aspiranti all’adozione di presenziare in tribunale il giorno della sentenza di adozione, previo incontro con il bambino. Questo in seguito a numerose richieste di revoca di sentenza di adozione fatte da famiglie che, quando incontravano il bambino abbinato, si rendevano conto che aveva un’età molto diversa da quella che era stata loro indicata, prassi purtroppo frequente da parte degli istituti che decretavano lo stato di abbandono (e la necessaria iscrizione all’anagrafe del bambino che generalmente non esisteva prima) per favorire l’adozione.

Ma il rallentamento maggiore delle procedure di adozione dall’Etiopia si è avuto dal 2013, quando il Governo etiope, per mettere in atto maggiori garanzie del rispetto del superiore interesse del minore nelle pratiche di adozione, ha introdotto ulteriori livelli di verifica dello stato di abbandono.

Ancora nel 2015, tuttavia, i Paesi africani in una dichiarazione fatta nell’ambito dello Special General Meeting dell’Aja evidenziano le criticità delle adozioni internazionali nel Continente. Nel documento vengono evidenziati i principali rischi delle adozioni in Africa, tra cui la “pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia da attori dei Paesi stessi ed esteri” , ed i “casi di abuso nel contesto delle adozioni in alcuni Paesi” .

Le famiglie in attesa. Nonostante la situazione critica delle adozioni in Etiopia fosse nota da tempo a livello internazionale e anche italiano (già nel 2011 la Commissione Adozioni aveva informalmente chiesto cautela agli enti autorizzati nell’invio di dossiers di famiglie in Etiopia) sono tuttora molte le famiglie in attesa di adozione in Etiopia, circa 200 secondo una stima fatta dal presidente di Cifa Arnoletti riportata in un recente articolo di Vita.

Famiglie che si stanno preoccupando da tempo della loro situazione, come è stato riportato da alcuni articoli di Repubblica edizione di Torino all’inizio dell’anno ed in un’inchiesta giornalistica di Giuseppe Laganà fatta per il programma televisivo “Presa diretta” di Riccardo Iacona.

La preoccupazione delle famiglie riguarda sia le concrete possibilità di portare a buon fine il loro progetto adottivo, sia l’aspetto economico poiché, sempre secondo quanto è stato riportato dagli organi di stampa, queste famiglie hanno versato ingenti quantità di denaro per un’adozione che ha ormai poche probabilità di completarsi.

Mi posso solo immaginare la frustrazione di una famiglia che ha investito, emotivamente ed economicamente, in un progetto di vita cosi impegnativo come quello dell’adozione di un figlio, che si trova di fronte all’impossibilità di portarlo a termine. Non posso quindi che avere il massimo rispetto e considerazione per la loro situazione, oltre al dispiacere per vedere sprecato un patrimonio di accoglienza di cui c’è oggi un gran bisogno.

I bambini in abbandono. E’ però per i bambini che rimangono in Etiopia in situazione di abbandono, per i tanti piccoli che ancora sono e resteranno negli istituti o comunque senza tutela, che è la mia preoccupazione e la mia tristezza più grande.

Sappiamo purtroppo, e le esperienze di altri Paesi che hanno chiuso le adozioni negli ultimi anni come Guatemala e Cambogia ci insegnano, che alla chiusura delle adozioni non corrisponde una diminuzione degli abbandoni nè del numero dei bambini presenti negli istituti o peggio ancora senza nessuna tutela. Anzi, generalmente i bambini in istituto aumentano e le loro condizioni peggiorano, anche a causa della diminuzione di sostegno economico che le procedure di adozione garantiscono. E’ prassi infatti che le organizzazioni che si occupano di adozione in Etiopia provvedano economicamente al mantenimento del bambino in istituto, dopo l’abbinamento, con una cifra che consente non solo di far fronte ai bisogni del bambino stesso ma anche di contribuire a quello degli altri che vivono nello stesso istituto. Rimane quindi urgente il problema di come dare una risposta a questi bambini per chi, qualunque sia il suo ruolo, ha a cuore o si occupa della protezione dell’infanzia in Etiopia.

Le possibili risposte. Sono necessarie risposte a più livelli: sia per quanto riguarda la realtà che coinvolge le famiglie italiane ancora in attesa nel Paese ed i bambini già abbinati, sia la situazione generale dei bambini in stato di abbandono in Etiopia.

Nel primo caso, rispetto alle adozioni verso l’Italia, non si può far altro che sollecitare ed auspicare un intervento della Commissione Adozioni, che ha il ruolo e la responsabilità di interloquire con le autorità etiopi, al fine di avere rassicurazioni almeno rispetto alla conclusione dell’iter adottivo dei casi pendenti, come di solito è accaduto in casi simili.

Per quanto riguarda invece la situazione dei bambini più vulnerabili in Etiopia, in particolare quelli in stato di abbandono, la speranza è che il Paese intraprenda un percorso di adeguamento del suo sistema di protezione dei minori che porti alla ratifica della Convenzione dell’Aja in modo che poi le adozioni possano riprendere all’interno di quadro normativo che offra maggiori tutele. Per raggiungere questo obiettivo è importante la collaborazione ed il sostegno, anche economico, di tutti i Paesi che hanno fatto adozioni dall’Etiopia, in particolare dell’Italia che ha con l’Etiopia una storia di cooperazione importante.

Un sostegno ed una collaborazione che sono indispensabili comunque, per consentire il rafforzamento del sistema di protezione dell’infanzia del Paese, condizione indispensabile per garantire risposte adeguate a tutti i minori in situazione di disagio, anche a quelli abbandonati.

Fonte: NON SOLO ADOZIONI di Paola Crestani, su Vita.it

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Ne vale comunque la pena

Riporto dal sito de la Repubblica un articolo di circa un mese fa:

Attese, truffe e burocrazia: adesso le coppie italiane non vogliono più adottare

Ci sono voluti anni di delusioni e di disamore, di costi folli e di tempi infiniti, di bambini sognati che non arrivavano mai e di istituzioni lontane e lente. Ma il risultato oggi è la cronaca di un fallimento: le coppie italiane non vogliono più adottare. Troppo difficile diventare genitori così, pur avendo il cuore grande, bersagliati da storie negative, scoraggiati da giudici, tribunali, a volte addirittura truffati. “Oggi ci troviamo nella situazione paradossale di avere più segnalazioni di bambini abbandonati che coppie disponibili ad accoglierli”, dice Paola Crestani del Ciai, uno dei più famosi enti che si occupano di adozioni internazionali. Il crollo è totale, sia per l’Italia che per l’estero. Se nel 2004 le domande di adozione internazionale erano state 8.274, nel 2015 sono scese a 3.668, secondo i dati del Dipartimento per la giustizia minorile. Drastico anche il calo sul fronte italiano: nel 2006, anno record, gli aspiranti genitori adottivi di un bimbo italiano erano 16.538, nel 2015 sono scesi a 9mila.

Le motivazioni di questa disaffezione sono sicuramente diverse se si parla di procedimenti nazionali o internazionali. Ma di certo i denominatori comuni sono due: gli anni dell’attesa e l’incertezza di arrivare a destinazione.

(l’articolo continua qui)

Per chi ci ha letto, ci legge e ci leggerà, il messaggio che vogliamo mandarvi è: è vero,le lungaggini burocratiche, le attese, la sensazione di sentirsi troppo sotto esame… ma nonostante tutto questo, ne vale comunque la pena. Credeteci.

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Un minimo di intuito in più

Questo e’ ciò che propone un libro di testo classe 1 primaria, editato dalla Erikson.
Stavo cercando in calce se ci fosse qualche spiegazione da dare a mio figlio sui motivi per cui c’è da aver paura del fatto che lui e’ nero.
Sarebbe utile per la collettività capire quali professionalità e competenze hanno coloro che firmano questi testi: considerato il filone sociale delle pubblicazioni di questa casa editrice, ci si aspettava un minimo di intuito in più.
(contraddizioni di inizio testo)

Erikson

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Questa è la mia famiglia

Questa è mia famiglia. L’ho trovata per conto mio. È piccola e disastrata ma bella.
Si, molto bella.

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Noi siamo tutto quello che hanno

Ciao a tutti. Come vi avevamo già anticipato, abbiamo un messaggio importante da fare.

E’ un testo un po’ lungo, lo capiamo. Ma è probabilmente tra i più importanti post che troverete in questo sito, e visto che abbiamo riscontrato come, nonostante la nostra latitanza, questo blog raccoglie giornalmente visite, vi preghiamo di perdere qualche minuto e dare una lettura.

La traduzione dall’originale (che potete trovare qui) è del sottoscritto, quindi scusate le imprecisioni.

Amici, vi scriviamo per una richiesta di aiuto. La situazione in Etiopia non è buona in questo momento per la nostra organizzazione affiliata, la Miskaye Children’s Welfare Association. Ci sono bambini preziosi a rischio fame e senza speranze.

Per oltre sette anni, Miskaye ha lavorato duramente per fornire servizi ai bambini che non hanno nessun altro, grazie ai loro programmi, incluso il “Miskaye Children’s Home”, un orfanotrofio che ha visto oltre cento bambini adottati negli Stati Uniti ed in Europa. Tra questi bambini ci sono bambini più grandi e più difficilmente adottabili e gruppi di fratelli. Miskaye ha inoltre sviluppato programmi di educazione utili ai bambini per crescere ed essere cittadini produttivi del loro paese. Ethio-American Family Services è stata una parte dello sviluppo di questi programmi. Abbiamo sostenuto il Miskaye facilitando sostegni educativi e dando una mano nel lavoro nei centri. Una fonte principale di sostegno, tuttavia, proviene dagli enti di adozione che organizzano il collocamento adottivo dei bambini.

In pratica gli enti pagano una tassa umanitaria all’orfanotrofio con cui lavorano. Questi fondi vengono utilizzati per il funzionamento dei programmi comunitari. Per Miskaye, questi programmi includono il Read and Feed Learning Center ed il Community Education Program.

Nel corso degli ultimi anni, l’adozione internazionale in Etiopia ha rallentato in modo significativo per una serie di motivi (alcuni buoni, altri no). Diversi mesi fa, la regione periferica con cui il Miskaye lavorava ha deciso di porre fine alle approvazioni per le adozioni internazionali. Questo è un loro diritto. Questo significa, però, che non c’è più “prodotto” (non sono le nostre parole) e pertanto il finanziamento è cessato. Il supporto è finito, quindi, nel momento in cui c’era più bisogno di sforzi “umanitari”.

Ci sono bambini al The Miskaye Children’s Home e al Read and Feed Learning Center che sono stati lasciati in sospeso. NOI non li abbandoneremo. Un fatto che ci ha messo molta tristezza è che, dopo che i bambini erano stati sistemati lì, il Miskaye Children’s Home molto probabilmente chiuderà i battenti.

Ora dobbiamo concentrarci per salvare il Read and Feed Learning Center.

Il Read and Feed Learning Center è un rifugio che serve molto ai bambini. Questi bambini vivono in una delle più povere periferie di Addis Abeba. Alcuni di loro vivono in quelle che possono essere solo descritte come baracche. Alcuni vivono in strada. Un’educazione, per non parlare di un pasto giornaliero, sarebbe fuori questione per questi bambini senza il Read and Feed. Lì loro ricevono le forniture di cui hanno bisogno per andare a scuola. Lì loro mangiano. Lì possono fare un bagno. Lì imparano l’inglese ed il computer. Lì si prendono cura di un orticello per far crescere cibo per le loro famiglie e fanno gite alla scoperta di una città che mai avrebbero altrimenti visto.

Conosciamo questi ragazzi. Abbiamo mangiato con loro e cantano canzoni con loro. Abbiamo fatto ridicoli bracciali elastici con loro e visitato le loro case. Abbiamo, in alcune occasioni, pianto con loro e, certamente, per loro.

Condivideremo con voi la storia di uno dei bambini del Read and Feed. Si chiama Bethlehem. Beti, in breve. E’ stata al centro sin da quando ha aperto, cinque anni fa. Lei sorride. Sua madre è morta. Suo padre lavora duramente tutto il giorno per circa un dollaro. Non hanno abbastanza cibo. Non ha abbastanza luce per studiare. Non ha abbastanza materiale. Ma questa ragazza viene al centro ogni giorno e sorride. Quel sorriso è la manifestazione fisica della speranza. Il Read and Feed è la loro speranza per un futuro. Senza di questo, i loro sogni di medico, insegnante, architetto muteranno in mendicanti o lavoratori a giornata… o peggio. Non possiamo dire loro che è finita.

Ci vorranno circa 2500 dollari al mese per tenere aperto il Read and Feed Learning Center. Questo significa 32 dollari di sostegno per ogni bambino e cento quote da 20 dollari al mese per il programma generale. Cento… sembrano così tante… Il compito è arduo. Ma dobbiamo provarci. Non possiamo pensare alla dolce e sorridente Beti e non provarci.

Per favore, aiutateci sostenendo un bambino o il programma, o facendo una donazione “una tantum”. Noi siamo tutto quello che hanno.

Aggiungo qualche altra cosa.

Come i più assidui sapranno, e come in molti immagineranno, il Miskaye è l’orfanotrofio che ha ospitato nostro figlio, e che abbiamo sempre descritto come “povero ma dignitoso”, con gente davvero speciale e una bellissima masnada di bambini. Sapere che sia stato chiuso, per noi, è stato un colpo al cuore.

Ma nei nostri viaggi in Etiopia abbiamo visto come l’Ethio-American Family lavora, come i bambini più grandi (quelli che sono più difficilmente adottabili, purtroppo) grazie ai progetti del Read and Feed hanno lo stesso la possibilità di un futuro. E grazie a Facebook abbiamo conosciuto le fantastiche donne che gestiscono l’associazione, e possiamo dare la nostra garanzia (per quanto possa valere).

Per questo inizialmente avevamo pensato di aprire un canale di raccolta fondi, ma riteniamo che non ci sia bisogno di un ulteriore intermediario: sul sito http://www.ethioamericanfamily.org/  potrete trovare tutte le indicazioni.

Come potrete vedere sul loro sito, intanto c’è una buona notizia: al momento tutti i bambini ospiti del”Read and Feed Learning Center” hanno trovato dei sostenitori a distanza, ma ci hanno confermato che non è stato ancora raggiunto il sostegno al programma generale.

Dal canto nostro, oltre a supportarli direttamente, proveremo indirettamente a “sfruttare” la piccola popolarità di questo blog per un ulteriore aiuto. A breve cercheremo di creare maggiore visibilità, probabilmente vedrete aggiunto qualche banner, per poter dare un supporto a chi ha accudito con amore nostro figlio, prima del nostro arrivo.

Ovviamente vi chiediamo, oltre al supporto, di condividere il più possibile. Siamo i primi ad odiare lo “spam”, ma in questo caso è davvero importante.

Grazie mille, di cuore.

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Quanti anni hai?

“Complimenti, che bel bambino! Quanti anni ha?”

Quante volte l’avrete chiesto? Quante volte ve l’avranno chiesto?

Risposta facile, direte.

Ecco, in alcuni casi la risposta non è così semplice come si pensa.
In alcuni paesi, l’anagrafe non esiste. In Etiopia, ad esempio. E alle volte, neanche i familiari sanno dare una risposta, oppure non viene chiesto nemmeno.
Ci sono poi casi in cui – non è il nostro caso ma potrebbe succedere, fidatevi – la data di nascita viene “truccata” in modo da rendere più semplice l’adozione. Com’è possibile? Semplice: i bambini più piccoli sono più richiesti. Se già ti ritrovi ad avere un’età avanzata (6-7 anni o più, e mi sono tenuto largo) la tua possibilità di venire adottato si riduce sensibilmente. Sì, è crudele. Ma chiedetelo ad un potenziale genitore adottivo, e vedrete che quasi tutti vi diranno “più piccolo è, meglio è”.
Ma vostro figlio avrà una data di nascita scritta da qualche parte, no? Non è possibile che non ci sia“.
Infatti, c’è. Ma è stimata, probabilmente dai servizi sociali locali. Teoricamente, compirà 7 anni a breve. E non è possibile poter essere più precisi di così.

La prima volta che l’abbiamo visto, Gabriella ha detto: “non può avere tre anni, sembra molto più piccolo”. Ed io, volendo credere a quanto ci è stato riferito “Chissà, ma potrebbe essere dovuto alla malnutrizione, quante volte ci hanno detto che in Italia noteremo una crescita imprevedibile?”
Poi, effettivamente, scopri che alcuni (tanti!) parassiti potrebbero aver rallentato la crescita, ed aspetti.
Aspetti fino a quando non arriva l’età in cui ti chiedi se non sia troppo presto mandarlo in prima elementare, ed allora provi a parlare con logopedisti, con gli insegnanti della materna, finché non ti decidi e porti tuo figlio a fare un’analisi ossea, che dovrebbe darti una maggiore sicurezza sull’età in base allo sviluppo scheletrico, in particolare della mano.
Risultato? “Potrebbe avere tre anni come sei”.
Punto ed accapo.

A questo punto, vi chiederete: “cosa avete fatto?
Semplice, abbiamo applicato la regola aurea: il buon senso. Troppo spesso i genitori anticipano l’ingresso alla scuola elementare per i loro figli, noi abbiamo ritenuto che non fosse ancora il momento giusto, e d’accordo con gli insegnanti della materna (sì, ok, dovrei dire “primaria” e “scuola dell’infanzia”, ma così ci capiamo meglio) abbiamo ritenuto il caso rimandare di un anno l’ingresso alla scuola dell’obbligo. Ed oggi, con l’ingresso di G. in prima elementare, ci stiamo rendendo conto di come la scelta sia stata giusta.

Sì, ok, ma alla fine quanti anni ha?
Semplice, ne ha quasi sette. Così ci è stato comunicato, così lo abbiamo registrato all’anagrafe italiana, e non abbiamo voluto modificare la data di nascita. Solo, abbiamo fatto sì che a scuola non si trovasse a dover frequentare troppo presto rischiando di arrancare nell’apprendimento rispetto ai suoi compagni di classe.

E se ne avesse quasi sei? Pazienza.

 
P.s.: avevo in mente di scrivere questo post già qualche mese fa, ma come capita troppo spesso il tempo per buttare giù queste righe non si trova mai, e ci si ritrova a non aggiornare il blog per mesi e mesi. Ma a breve saremo più presenti, per motivi non piacevoli (non voglio allarmarvi, niente che riguardi la nostra famiglia). Nel frattempo vi chiediamo di condividere più che potete questo sito, o le nostre pagine facebook e twitter. Capirete a breve il perchè.
A presto.

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