Secondo viaggio in Etiopia [Parte 2]

Lunedì partiamo con le nostre valigie cariche di doni ed un meraviglioso sacco pieno di orsetti cuciti dall’associazione “Le Tartanrughe” di Trieste.

http://www.letartanrughe.it/2013/04/09/orsetti-in-africa-ecco-le-prove/

Ci aspettano tutti i bimbi, l’istituto intero, al di sotto del telone, seduti a cerchio ed un portatile con le casse davanti che ci allieta con la musica, nonchè un bel caffè pronto per noi.

Ci sono anche biscotti che girano.

J. continua con la sua anda: perplesso.

Balli e canti di festa salutano J. e il suo compagno di giochi che sta per volare con l’altra coppia con noi in Italia.

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Tuoni lontani ci fanno capire che durerà poco.
Fra un caffè e i balli, J. viene stimolato a fare anche dei giochi, a correre verso il portone, a mò di “fuga” (mamma mia..) e si mette perfino a piangere.

Daniele ci aiuta a distribuire gli orsetti:

E poi arrivano i canti di addio “… we’ll never forget you” che ti fanno venire le lacrime agli occhi e mi son dovuta nascondere , insieme a Timar, in una stanza per la tristezza di questo evento.

Ogni bimbo ha salutato con un bacio in fronte l’amico che se ne sta per andare, perchè ha trovato una famiglia che l’accoglie, aspettando il proprio turno.

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Terminata la tristezza, abbiamo aperto le valigie delle donazioni.

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I tuoni cominciano ad essere insistenti ed il cielo si è oscurato tutto ad un tratto.

Il commiato è servito.
Un abbraccio a Timar e a Tenaye, alla dottoressa e alla tata, in lacrime, di J.
Promettiamo di ritornare.

Cominciano a scendere gocce pesanti dal cielo, nella confusione generale, mentre Daniel, il nostro taxista, si affaccia per metterci fretta dal portone dell’istituto.

Prendo in braccio J., che non ha fatto una piega in tutto questo tempo, dimostrando apatia e perplessità, mentre comincia a diluviare.

Usciamo salutando con la mano frettolosamente, guardando indietro noto il bimbo di dieci anni, che noi chiamavamo “Milito”, che ci fa un sorriso a mille denti dalla scaletta e ci saluta con la sua mano.
Chissà quanti amici andati via e lui ancora lì.
“Americans come and take everyone”… ha detto facendo spallucce la direttrice. Come dire, noi italiani facciamo gli schizzinosi e non li vogliamo grandi.
Mi è capitato di sognarlo, sto bimbo che ci sorrideva di continuo, spero di non rivederlo più nelle foto del Miskaye, felice per lui perchè avrà trovato una famiglia che lo accoglie.

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E’ parso un rapimento.

Sotto il diluvio, entriamo in taxi Daniele, J. ed io dietro, Andrea davanti, chiuse le porte Daniel si gira e ci chiede se abbiamo tutto perchè “.. there’s no coming back”.

Mi è ronzata nelle orecchie per così tanto tempo questa frase, che ancora mi pesa.

Curioso, sulle mie ginocchia, J. guarda fuori, osserva i camion sulla strada allagata, con un volto sereno che prima non aveva.

Giunti alla guest house saliamo su in stanza.

Oddio, che fare, ora??
Siamo in quattro, there’s no coming back.

Daniele si mette a terra e comincia a lanciare una palla e J. raccoglie subito l’invito e giocano n bel pò.
Poi, si accorge che dentro la stanzetta/armadio a terra ci sono parecchie scarpe e scarpette ed individua subito quelle che possono essere le sue.

Dimostra una passione ed un ordine maniacali per le scarpe, le bacia, le accarezza, le sistema.

Le scarpe: un miraggio in istituto. Tutti avevano le scarpe, ma se le tenevano ben strette 😀

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Una risposta a Secondo viaggio in Etiopia [Parte 2]

  1. eugenia ha detto:

    Che emozione!! Qualche anno fa in Etiopia …..ho aperto le valigie di fronte ad occhi curiosi. Baci e in bocca al lupo!!!!!

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