Burocrazia e sanità al rientro in Italia

E’ quasi un anno che il nostro secondogenito è con noi.

In questo anno di post – adozione gli aspetti più complessi e duri da affrontare sono stati due: la burocrazia e la sanità.

1. La burocrazia.

Entri in Italia dall’Etiopia con un passaporto di tuo figlio dove il suo nome è l’associazione del suo nome primo e del suo cognome, mentre il cognome sul documento è il nome del padre. Tecnicamente gli etiopi fanno in questo modo per non slegare padre e figlio, per dare continuità al rientro, scongiurando chissà quale traffico di bambini. E’ una precauzione prevista dallo Stato Etiope e va rispettata.

L’ambasciata italiana ti fa uscire dall’Etiopia solo con in mano il certificato di nascita, plastificato, con foto, con nome di madre e padre, con il nome completo del bambino e il cognome del padre, con la data di nascita, tutto in lingua inglese / lingua amarica. E un papiro in cui c’è scritto che “Andrea J. M” e “J. M.” sono la medesima persona”.

E in più il funzionario dell’ambasciata ti consiglia caldamente questo: ” mi raccomando: una volta in Italia, insistete insistete insistete presso l’anagrafe di competenza, consegnate questo documento e fatevi iscrivere il minore con il suo nome e con il vostro cognome, sennò sono solo casini.”

Appunto.

ufficio pubblico

Entro 10 giorni dal rientro a casa, bisogna iscrivere all’anagrafe il minore.

Quale sarà mai il documento che l’anagrafe di nostra competenza ha ritenuto di “ricopiare” per l’iscrizione del bambino nelle liste comunali?… Ovviamente il passaporto. Geniacci!

“E’ quello che dice la legge, e noi la dobbiamo rispettare!”

Risposta nostra: “Se una legge fa cagare, è ammesso per buonsenso fare ciò che rende l’esistenza più semplice a chi già ha fatto i salti ad ostacoli per arrivare a sto punto”.. (tutto d’un fiato) e un vaffa silenzioso, soprattutto perchè siamo L’UNICA COPPIA rientrata a marzo 2013 in ITALIA ad aver avuto questi geniacci che ci iscrivono così’ il bambino in anagrafe.

GENIACCI!

Così ci siamo ritrovati con una carta stampata sulla quale c’era scritto il nome e il cognome di nostro figlio a questa maniera:

Cognome: Andrea (nome del papà!); Nome: J. M. (nome del bimbo, cognome del padre!)

Vabbuò, andate a cagare. Ovviamente anche il codice fiscale segue quella dicitura.

Il tribunale dopo più di un mese accoglie i documenti del bambino e autorizza la correzione: J. M.. Nuovo codice fiscale e carta di identità nuova di pacca.

Ora, come facciamo a fare l’aggiunta del nome G. , visto che il bambino si riconosce solo il G.?

Prefettura. Documenti da produrre: testimonianze (3) di amici e parenti che devono certificare e giustificare le ragioni di questa aggiunta (G., J. ). Dopo tre mesi veniamo contattati facendoci sapere che la “virgola” fra un nome e l’altro non è più accolta, non esiste più. Dobbiamo decidere come chiamare nostro figlio: G o J? Oppure G J? La scelta è caduta tristemente su una cancellazione di fatto sul nome d’origine, di fatto non legato alla tradizione etiope ma di tono anglofono.

A distanza di altri due – tre mesi il documento è pronto. Anzi no! Il documento lo dobbiamo prendere noi e portare in Comune, dove verrà esposto all’albo pretorio per 2 mesi, nel caso ci fossero opposizioni. (ma di chi? si tratta di un’adozione!) Poi riprenderemo il documento a manina che tornerà in Prefettura e a distanza di altri 2 mesi il tutto verrà decretato come definitivo.

Perciò, nuova carta d’identità, nuovo codice fiscale.

Ad un anno dall’ingresso il bimbo ha avuto già due codici fiscali e due iscrizioni all’anagrafe. A Marzo è un anno che si trova qui e ancora il cambio nome non c’è stato. (TERZO CODICE FISCALE, definitivo) I documenti non sono sostanzialmente a posto.

Scommetto che in Etiopia sarebbe stato più celere, visto che i faldoni ci hanno messo 10 giorni ad uscire dal tribunale di Addis Abeba e 3 mesi per uscire dall’Ambasciata Italiana.

Concludo il capitolo “burocrazia” dicendo che il tutto è assai più complesso nel POST adozione, quando dovrebbe essere tutto più semplice e definito. Da dare ai nervi.

2. Sanità.

E infatti il bambino è iscritto all’anagrafe sanitaria con il cognome “Andrea” e via discorrendo. L’anagrafe sanitaria ci ha pregati in ginocchio di non fare i cambi che ho spiattellato sopra, prima del definitivo, perchè non riuscirebbero a ricostruire la storia sanitaria del bambino e invece di un codice CRO seguono il primo codice fiscale, quello dell’ingresso in Italia e della prima iscrizione azzardata.

dottore

Abbiamo bazzicato parecchio gli ospedali in quest’anno, il bimbo ed io, fino a giungere ad un definitivo ricovero fuori regione.

G. è arrivato in Italia con una macchia pruriginosa in testa, trattata con il canesten già in Etiopia.

Il primo giorno feriale disponibile dopo l’ingresso abbiamo telefonato alla pediatra dell’altro mio figlio, chiedendo un urgente appuntamento per definire le prime visite da fare.

Delusione: “per stavolta ci conosciamo”. “In testa? metta olio.” Bene, uno si fida e sta zitto.

Dopodichè quel pancione così grosso… ci hanno detto che può essere dovuto ai parassiti intestinali.

“Lasci passare due mesi, conta molto l’alimentazione”.

E i due mesi volano. E nulla cambia: in testa si gratta, la pancia un mezzo melone.

Vado dalla pediatra, ma non c’è, c’è la sostituta. Meglio, però: è la prima volta che G. viene misurato, pesato, etc. Si decide per una  visita dermatologica urgente, già dopo due giorni vado in visita e il risultato è “dermatite desquamativa” , cura di cortisone in pomata.

Non passano tre giorni che G. perde tutti i capelli nella zona trattata.

Nel frattempo, la stessa macchia ce l’ha il mio figlio, nonchè io, sul gomito. Una macchia tondeggiante, rotonda, pruriginosa.

Wikipedia mi aiuta: è tigna.

Volo da un dermatologo privato, non si sa mai. E’ abbastanza sicuro che abbiamo la tigna tutti e tre, ma ci invia a fare un esame colturale. L’esito ci sarà dopo 40giorni, nel frattempo un antimicotico in pomata in testa a entrambi e per me sempre in pomata. Per i bambini non c’è niente da fare: se abbandoni la pomata qualche giorno, si ripresenta la macchia, per me in una settimana è andato via tutto.

Esame colturale. NEGATIVO. Non ci credevo. Sono andata su in dermatologia – in forma del tutto pacifica ma intenzionata a risolvere – e mostro alla prima infermiera che becco gli esami che avevo in mano e il mio gomito, attanagliato dalla tigna corporis. Non può non esserci NIENTE.

Si opta per la visita al giorno dopo urgente, con bambini.

Cosa ne esce? Non metter su niente per 40giorni, poi fare un altro esame colturale. I bambini erano già uno in scuola primaria, l’altro in scuola materna. Come dire: diffondiamo un fungo aereo in due plessi scolastici distinti!

Non ascolto ciò che dice il dermatologo, proseguo con l’antimicotico e torno dal dermatologo in privato. Non mi fa pagare: non sa cosa dire, non sa smentire e smontare il lavoro del laboratorio analisi. E mi manda dal primario di un ospedale vicino.

Il primario fa pagare. Ma dice il suo: “non ne hanno azzeccata una”. Cura per entrambi per 7 settimane con la Grisovina, una pastiglia che pesa un pò sul fegato, ma che riesce a risolvere il problema per entrambi. Il mio era già risolto grazie alle intuizioni di wikipedia.

E la pancia? La pancia c’è ancora tutta. Insisto con il primario di pediatria e riesco a far fare un esame delle feci (settembre 2013). Esame delle feci negativo. Io non ci credo, non mi fido e non mi piace il risultato. “Qualcosa ha”, dice.

Intuizione grazie ad amiche con figli del Congo: invia le feci a Negrar, al Sacro Cuore, in provincia di Verona. Faccio. Dopo un mese arriva la busta, apro e chiamo subito il primario di pediatria che ci seguiva. “Ci sono 7 diversi parassiti intestinali in cisti nella pancia di mio figlio. Il Sacro Cuore suggerisce un ricovero per le parassitosi così complesse.” Silenzio e smarrimento.

A dicembre parte l’esposto, con tutti gli allegati medici, che coinvolge 3 plessi ospedalieri su due Asl territoriali diverse, a febbraio il procuratore che ha in carico l’esposto in Tribunale fa sapere che la querela è “possibile”, ma colma di buone intenzioni rispondo che non voglio querelare proprio nessuno.

E’ necessario che le asl e i medici non prendano per scontato che il bambino adottato “stia bene”, piuttosto il contrario: il bambino adottato potrebbe stare male e va visitato. Esiste un protocollo, il Pisa 2007, solo l’Ospedale di San Vito al Tagliamento in Regione lo segue con uno specifico ambito per i bambini adottivi e il bimbo immigrato. Eppure so bene di diverse famiglie che, dopo aver fatto gli esami da loro, hanno dovuto essere ricoverati i figli a Verona, poichè nemmeno a San Vito trovavano, per esempio, i parassiti intestinali.

Laboratori di analisi, datevi una svegliata. Ma seria, però.

Tre giorni di ricovero a Negrar, mai fatto visite così complete e con una consapevolezza tale da rendere qualcunque tema scorrevole. Sarebbe ausipicabile che in tutti gli ospedali il livello fosse lo stesso.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...