Quando un Paese chiude le adozioni internazionali

Come già accennato, l’Etiopia ha chiuso le adozioni internazionali.

Riporto qui un articolo letto su Vita.it . E’ un po’ lungo, ma mi scuserete voi e l’autrice se abbia ritenuto corretto non estrapolarne solo una parte, vista l’importanza:

Quando un Paese chiude le adozioni internazionali è una sconfitta per tutti: per i bambini che rimangono in abbandono, che più difficilmente vedranno rispettato il loro diritto a vivere in una famiglia, per la comunità internazionale che non è riuscita a sostenere il Paese nello sforzo di combattere fenomeni di malpratiche, per il Paese stesso che non riesce a governare una situazione troppo difficile per il fragile sistema di protezione dell’infanzia.

Per questo la notizia della decisione del governo etiope di sospendere a tempo indeterminato le adozioni, confermata anche dall’ambasciata italiana, è stata accolta in Italia da grande tristezza.

Nessuna sorpresa. E’ una notizia però che non sorprende chi si occupa di adozioni in Etiopia. Già nel 2016 la maggior parte dei Paesi di accoglienza (Francia, Germania, Spagna, Belgio francofono, Svizzera, Svezia e Norvegia) aveva deciso di sospendere le adozioni dall’Etiopia perché, a loro avviso, non esistevano le condizioni per garantire la verifica dell’effettivo stato di abbandono dei bambini e di conseguenza la correttezza delle procedure di adozione. Lo scorso 21 aprile era stata l’ambasciata degli Stati Uniti ad annunciare la decisione del governo etiope di sospendere a tempo indeterminato le adozioni e ora finalmente anche l’ambasciata italiana ha dato la stessa comunicazione, dopo ulteriori conferme sempre da parte degli Stati Uniti. Il governo etiope però non ha ancora ufficializzato con un documento scritto la decisione e nemmeno si è fatta sentire alcuna voce da parte della nostra Autorità Centrale (la Commissione Adozioni Internazionali) che dovrebbe tenere i contatti con i Paesi da cui provengono i bambini adottati in Italia.

Una situazione difficile da tempo. Da anni le adozioni in Etiopia, che non ha aderito alla Convenzione dell’Aja, sono in situazione di evidente difficoltà e sono stati diversi gli episodi di adozioni illecite e di malpratiche riportati dalla stampa internazionale.

Le adozioni dall’Etiopia, iniziate alla fine degli anni ’80 (la prima adozione dall’Etiopia in Italia è del 1990), hanno avuto un enorme incremento nei primi dieci anni del millennio, passando dalle 620 adozioni del 2000 alle 4.596 adozioni nel 2009, quando gli Stati Uniti erano (e sono tuttora) il primo Paese di accoglienza dei bambini adottati dall’Etiopia, a cui seguivano Spagna, Francia e Italia. Nel 2010 dall’Etiopia proveniva il 70% di tutti i bambini adottati dall’Africa e l’Etiopia era il primo Paese di provenienza delle adozioni fatte da Belgio, Danimarca, Germania e Svizzera, il secondo Paese per l’Italia.

Ormai tutti coloro che si occupano di adozioni a livello internazionale sanno che una crescita cosi importante nel numero di bambini adottati nasconde spesso il rischio, se non la certezza, di pratiche non corrette.

La consapevolezza delle istituzioni. L’opinione pubblica e le istituzioni etiopi hanno iniziato a prendere consapevolezza delle criticità del sistema già nel primo decennio degli anni 2000. Non è un caso che nel 2012 sia stata organizzata proprio ad Addis Abeba una conferenza dell’African Child Policy Forum sulle adozioni internazionali durante la quale vengono messe in evidenza le preoccupazioni dell’Etiopia e dell’Africa in generale rispetto all’effettiva capacità dei sistemi di protezione dell’infanzia dei Paesi africani di rendere concreto il principio del superiore interesse del minore anche nelle pratiche di adozioni internazionali, attraverso il rispetto del principio di sussidiarietà e della verifica dello stato di adottabilità dei minori.

Queste preoccupazioni erano già evidenti nella decisione del MOWCYA ( Ministry of Women Children and Youth Affairs) etiope che nel marzo 2011 aveva annunciato che avrebbe drasticamente ridotto il numero di dossier relativi alle adozioni internazionali verificati da quella data in avanti, con l’intenzione di rendere più stringenti le regole ed i controlli per le adozioni.

Le problematiche relative alle pratiche di dichiarazione dello stato di abbandono sono rese palesi dalla nuova procedura che viene introdotta nel maggio 2011, che introduceva l’obbligo per le coppie aspiranti all’adozione di presenziare in tribunale il giorno della sentenza di adozione, previo incontro con il bambino. Questo in seguito a numerose richieste di revoca di sentenza di adozione fatte da famiglie che, quando incontravano il bambino abbinato, si rendevano conto che aveva un’età molto diversa da quella che era stata loro indicata, prassi purtroppo frequente da parte degli istituti che decretavano lo stato di abbandono (e la necessaria iscrizione all’anagrafe del bambino che generalmente non esisteva prima) per favorire l’adozione.

Ma il rallentamento maggiore delle procedure di adozione dall’Etiopia si è avuto dal 2013, quando il Governo etiope, per mettere in atto maggiori garanzie del rispetto del superiore interesse del minore nelle pratiche di adozione, ha introdotto ulteriori livelli di verifica dello stato di abbandono.

Ancora nel 2015, tuttavia, i Paesi africani in una dichiarazione fatta nell’ambito dello Special General Meeting dell’Aja evidenziano le criticità delle adozioni internazionali nel Continente. Nel documento vengono evidenziati i principali rischi delle adozioni in Africa, tra cui la “pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia da attori dei Paesi stessi ed esteri” , ed i “casi di abuso nel contesto delle adozioni in alcuni Paesi” .

Le famiglie in attesa. Nonostante la situazione critica delle adozioni in Etiopia fosse nota da tempo a livello internazionale e anche italiano (già nel 2011 la Commissione Adozioni aveva informalmente chiesto cautela agli enti autorizzati nell’invio di dossiers di famiglie in Etiopia) sono tuttora molte le famiglie in attesa di adozione in Etiopia, circa 200 secondo una stima fatta dal presidente di Cifa Arnoletti riportata in un recente articolo di Vita.

Famiglie che si stanno preoccupando da tempo della loro situazione, come è stato riportato da alcuni articoli di Repubblica edizione di Torino all’inizio dell’anno ed in un’inchiesta giornalistica di Giuseppe Laganà fatta per il programma televisivo “Presa diretta” di Riccardo Iacona.

La preoccupazione delle famiglie riguarda sia le concrete possibilità di portare a buon fine il loro progetto adottivo, sia l’aspetto economico poiché, sempre secondo quanto è stato riportato dagli organi di stampa, queste famiglie hanno versato ingenti quantità di denaro per un’adozione che ha ormai poche probabilità di completarsi.

Mi posso solo immaginare la frustrazione di una famiglia che ha investito, emotivamente ed economicamente, in un progetto di vita cosi impegnativo come quello dell’adozione di un figlio, che si trova di fronte all’impossibilità di portarlo a termine. Non posso quindi che avere il massimo rispetto e considerazione per la loro situazione, oltre al dispiacere per vedere sprecato un patrimonio di accoglienza di cui c’è oggi un gran bisogno.

I bambini in abbandono. E’ però per i bambini che rimangono in Etiopia in situazione di abbandono, per i tanti piccoli che ancora sono e resteranno negli istituti o comunque senza tutela, che è la mia preoccupazione e la mia tristezza più grande.

Sappiamo purtroppo, e le esperienze di altri Paesi che hanno chiuso le adozioni negli ultimi anni come Guatemala e Cambogia ci insegnano, che alla chiusura delle adozioni non corrisponde una diminuzione degli abbandoni nè del numero dei bambini presenti negli istituti o peggio ancora senza nessuna tutela. Anzi, generalmente i bambini in istituto aumentano e le loro condizioni peggiorano, anche a causa della diminuzione di sostegno economico che le procedure di adozione garantiscono. E’ prassi infatti che le organizzazioni che si occupano di adozione in Etiopia provvedano economicamente al mantenimento del bambino in istituto, dopo l’abbinamento, con una cifra che consente non solo di far fronte ai bisogni del bambino stesso ma anche di contribuire a quello degli altri che vivono nello stesso istituto. Rimane quindi urgente il problema di come dare una risposta a questi bambini per chi, qualunque sia il suo ruolo, ha a cuore o si occupa della protezione dell’infanzia in Etiopia.

Le possibili risposte. Sono necessarie risposte a più livelli: sia per quanto riguarda la realtà che coinvolge le famiglie italiane ancora in attesa nel Paese ed i bambini già abbinati, sia la situazione generale dei bambini in stato di abbandono in Etiopia.

Nel primo caso, rispetto alle adozioni verso l’Italia, non si può far altro che sollecitare ed auspicare un intervento della Commissione Adozioni, che ha il ruolo e la responsabilità di interloquire con le autorità etiopi, al fine di avere rassicurazioni almeno rispetto alla conclusione dell’iter adottivo dei casi pendenti, come di solito è accaduto in casi simili.

Per quanto riguarda invece la situazione dei bambini più vulnerabili in Etiopia, in particolare quelli in stato di abbandono, la speranza è che il Paese intraprenda un percorso di adeguamento del suo sistema di protezione dei minori che porti alla ratifica della Convenzione dell’Aja in modo che poi le adozioni possano riprendere all’interno di quadro normativo che offra maggiori tutele. Per raggiungere questo obiettivo è importante la collaborazione ed il sostegno, anche economico, di tutti i Paesi che hanno fatto adozioni dall’Etiopia, in particolare dell’Italia che ha con l’Etiopia una storia di cooperazione importante.

Un sostegno ed una collaborazione che sono indispensabili comunque, per consentire il rafforzamento del sistema di protezione dell’infanzia del Paese, condizione indispensabile per garantire risposte adeguate a tutti i minori in situazione di disagio, anche a quelli abbandonati.

Fonte: NON SOLO ADOZIONI di Paola Crestani, su Vita.it

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