I due viaggi in Etiopia

Siamo partiti il 28 sera e giunti ad Addis il 29 Novembre.
Con noi, due coppie di italiani. Con una di loro, in particolare con Annalisa, c’è stata durante l’estate uno scambio di mail abbastanza costante poichè anche per lei c’è stata la revoca dell’abbinamento, stessa nostra data, tra l’altro. E stesso istituto. Ci siamo consolate a vicenda pur non conoscendoci ed eccoci qui, con i nostri figli nello stesso orfanotrofio.

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(Foto prima della partenza verso l’istituto)

Già il 29 pomeriggio siamo andati al Miskaye. Due coppie, due taxi, poichè uno dei due doveva andare a prendere anche l’assistente sociale che per il primo incontro affianca le famiglie.

Noi siamo arrivati per primi. Davanti ad un portone nero, grande, il taxista bussa con forza sulla lamiera e dopo un pò ci apre una ragazza sorridente, su un cortile senza neanche il vociare di un bambino (erano le due e mezza del pomeriggio, tutti a riposo!). Ci accompagna verso la manager, verso una scala che porta ad un ufficio. Ci sistemano le sedie, ci chiedono come va, ci chiedono i nomi e poi il nome del nostro bambino.

“What’s the name of your son?”
“G.”
“Oh, yes, wait a minute” e va via…

Ci sediamo. Ma non avevo capito che ci portavamo subito, immediatamente, questo bimbo… la porta sul cortile era semiaperta, intravedo solo la ragazza che sale le scale con la mano nella mano di un bimbo ed il suo braccino e poi… eccolo lì. Praticamente lo spinge verso di noi, lui viene in mezzo con quello sguardo smarrito e la lingua sempre su un lato della bocca a spingere dall’interno la guancia, nervosamente.

Andrea ed io ci guardiamo pure smarriti: ma ora che si fa?

Gli diamo subito l’orsetto portato dall’Italia, si intravede un sorriso, poi lo prendiamo in braccio e lui stringe per bene questo orsetto sul suo fianco.

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Arrivano Annalisa e David con l’assitente sociale. Anche loro salgono la scaletta e Annalisa è sorpresa: ci hanno già portato il bimbo??? Ed ecco che viene portato in ufficio il loro bimbo, appena sveglio come il nostro…

Stessa reazione: sguardo smarrito, silenzio… dunque, che si fa? Si va in cortile a giocare? 😀

Così è: come un parto, percepisci subito questo legame indissolubile ma ti chiedi “ma chi è?”… poi è studio reciproco, osservazione e ricerca dei limiti e delle possibilità.

Al giorno due già ci sono stati più sorrisi e poi, quando gli abbiamo detto che dovevamo andare via, si è buttato per terra arrabbiato in mezzo agli altri bambini. E’ andato così maturando un rapporto che speriamo in questi due mesi non dimentichi. Lì ad Addis c’è la nostra foto e Timar ci ha promesso che tutti i giorni gliela faranno vedere.. .speriamo!

IL SECONDO VIAGGIO

Ti avvisano una settimana prima della partenza che è il caso di prendere il biglietto.
Il destino ha voluto che si partisse insieme alle stesse due altre coppie del primo viaggio, con la quale ci siamo sempre tenuti in contatto in questi tre mesi di attesa.

Partiti il 16 Marzo con Daniele, al suo primo volo al di là dell’europa. E’ fortunato: alla sua età il mio viaggio più lontano è stato il Burlo di Trieste, per malattia. 😀

Notte in aereo e risveglio il 17 mattina presto ad Addis, con il sole africano che sorge all’orizzonte.
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E’ sabato, ci organizziamo con le valigie ed ecco che troviamo Ermes ad attenderci, con il suo sorriso e la sua presenza familiare. Diretti con un mezzo adeguato verso la guesthouse, carichi di ben 5 valigie di roba da lasciare al Miskaye, già alle 8 siamo lì a fare colazione, intorpiditi e stanchi.

Il secondo viaggio non si è chiuso occhio sull’aereo, tremendo.
Si va a dormire, seriamente.

Si va dai bambini, oggi?

Dunque, Ermes ci fa sapere che ci andiamo domenica. Un pò c’è tristezza, perchè siamo lì, a mezz’ora di macchina e non possiamo vedere il bimbo.

Domenica mattina, verso il Miskaye a trovare J. e gli 80 bimbi dell’istituto, volti familiari.
J. si comporta riconoscendoci, ma come se fosse la prima volta che ci vedesse: con un certo fare “offeso”, inespressivo e senza stimoli.
Guardiamo un libro, conosce Daniele, che cerca di spiegargli le varie figure del libro, ma non ci sono sorrisi. Un’oretta passata così, con un bimbo parecchio perplesso su di noi e noi me estremamente preoccupata: la certezza che J. fosse muto si è concretizzata.

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Dopo un’oretta, portiamo J. nella stanza dove tutti i bimbi sono seduti, a guardare uno sceneggiato in televisione.
Lo salutiamo, ci accomiatiamo con le tate e la cara Timar e ci voltiamo, scendiamo le scalette un pò sconfortati.

Un pianto, a bocca spalancata, seduto immobile al centro della stanza, con lacrimoni che scendono giù sulle guance. Ci giriamo e.. è proprio lui! Incredibile, che voce!!

Le tate lo prendono in braccio e lo consolano un pochino portandolo sulla scala, mostrandogli il libro che gli avevamo lasciato e probabilmente facendogli sapere che il giorno dopo saremmo andati a prenderlo.

La paura del mutismo è svanita in un pianto disperato alla vista di noi che ce ne andavamo.

Lunedì partiamo con le nostre valigie cariche di doni ed un meraviglioso sacco pieno di orsetti cuciti dall’associazione “Le Tartanrughe” di Trieste.

http://www.letartanrughe.it/2013/04/09/orsetti-in-africa-ecco-le-prove/

Ci aspettano tutti i bimbi, l’istituto intero, al di sotto del telone, seduti a cerchio ed un portatile con le casse davanti che ci allieta con la musica, nonchè un bel caffè pronto per noi.

Ci sono anche biscotti che girano.

J. continua con la sua anda: perplesso.

Balli e canti di festa salutano J. e il suo compagno di giochi che sta per volare con l’altra coppia con noi in Italia.

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Tuoni lontani ci fanno capire che durerà poco.
Fra un caffè e i balli, J. viene stimolato a fare anche dei giochi, a correre verso il portone, a mò di “fuga” (mamma mia..) e si mette perfino a piangere.

Daniele ci aiuta a distribuire gli orsetti:

http://www.youtube.com/watch?v=SsaExCHQcL8

E poi arrivano i canti di addio “… we’ll never forget you” che ti fanno venire le lacrime agli occhi e mi son dovuta nascondere , insieme a Timar, in una stanza per la tristezza di questo evento.

Ogni bimbo ha salutato con un bacio in fronte l’amico che se ne sta per andare, perchè ha trovato una famiglia che l’accoglie, aspettando il proprio turno.

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Terminata la tristezza, abbiamo aperto le valigie delle donazioni.

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I tuoni cominciano ad essere insistenti ed il cielo si è oscurato tutto ad un tratto.

Il commiato è servito.
Un abbraccio a Timar e a Tenaye, alla dottoressa e alla tata, in lacrime, di J.
Promettiamo di ritornare.

Cominciano a scendere gocce pesanti dal cielo, nella confusione generale, mentre Daniel, il nostro taxista, si affaccia per metterci fretta dal portone dell’istituto.

Prendo in braccio J., che non ha fatto una piega in tutto questo tempo, dimostrando apatia e perplessità, mentre comincia a diluviare.

Usciamo salutando con la mano frettolosamente, guardando indietro noto il bimbo di dieci anni, che noi chiamavamo “Milito”, che ci fa un sorriso a mille denti dalla scaletta e ci saluta con la sua mano.
Chissà quanti amici andati via e lui ancora lì.
“Americans come and take everyone”… ha detto facendo spallucce la direttrice. Come dire, noi italiani facciamo gli schizzinosi e non li vogliamo grandi.
Mi è capitato di sognarlo, sto bimbo che ci sorrideva di continuo, spero di non rivederlo più nelle foto del Miskaye, felice per lui perchè avrà trovato una famiglia che lo accoglie.

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E’ parso un rapimento.

Sotto il diluvio, entriamo in taxi Daniele, J. ed io dietro, Andrea davanti, chiuse le porte Daniel si gira e ci chiede se abbiamo tutto perchè “.. there’s no coming back”.

Mi è ronzata nelle orecchie per così tanto tempo questa frase, che ancora mi pesa.

Curioso, sulle mie ginocchia, J. guarda fuori, osserva i camion sulla strada allagata, con un volto sereno che prima non aveva.

Giunti alla guest house saliamo su in stanza.

Oddio, che fare, ora??
Siamo in quattro, there’s no coming back.

Daniele si mette a terra e comincia a lanciare una palla e J. raccoglie subito l’invito e giocano n bel pò.
Poi, si accorge che dentro la stanzetta/armadio a terra ci sono parecchie scarpe e scarpette ed individua subito quelle che possono essere le sue.

Dimostra una passione ed un ordine maniacali per le scarpe, le bacia, le accarezza, le sistema.

Le scarpe: un miraggio in istituto. Tutti avevano le scarpe, ma se le tenevano ben strette :-D

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