Scuola (come devono essere)

Fonte: noi, dentro – itinerario sull’adozione proposto da Alto Becce organizzato dall’Anfaa e percorso dalle famiglie adottive.

La scuola riflette sulla società che rappresenta.

I profondi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi anni, impattano sulla scuola e la obbligano a rivedere le sue convinzioni. La relazione tra la scuola, i genitori e i bambini è occasione d’incontro, di scontro, di frainteso e d’intesa, di grande aspettative e forti delusioni. La scuola è il teatro sociale infantile dove ogni bambino comincia a costruire il suo personaggio.

Ripetizione come stabilità o la pacificazione della ripetizione o la stabilità della ripetizione?

La scuola è la prima organizzazione sociale che il bambino trova oltre la propria famiglia.

Nel caso di un bambino in stato di abbandono, spesso la scuola è stato l’unico luogo in cui ha trovato un’organizzazione in contrasto con il caos familiare dal quale proveniva. Mi riferisco in realtà ad un caos simbolito, dove spesso il padre non ha fatto il padre, la madre non ha fatto la madre, in definitiva, nessuno era al suo posto. Anche se non si può generalizzare, l’adozione rappresenta l’entrata del bambino in un sistema simbolico stabile dove ognuno è al suo posto.

La scuola, risponde alla logica istituzionale della ripetizione e della continuità. Nella ripetizione di una parola fino ad impararla, di una operazione matematica fino ad eseguirla e nella continuità delle figure che svolgono i ruoli istituzionali, su cui la scuola basa la sua efficacia pedagogica.

La ripetizione di un saluto, di un bacio, di un movimento fisico, che la maestra chiede agli allievi permette la trasmissione di un sapere sociale consolidato. In ogni gesto, ogni bacio, ogni movimento fisico, la cultura mostra la sua capacità di imporsi e di perpetuarsi.

La ripetizione e la continuità fanno l’identità.

Se l’Io deve garantire una certa stabilità al soggetto, una stessa immagine allo specchio, come essere stabile dentro a un sistema caotico?

L’identità è un problema filosofico che tocca in modo particolare un bimbo adottato.

La ripetizione e la continuità quasi monotona della scuola, garantiscono la certezza che al bimbo adottato è mancata fino al momento dell’adozione.

Suk

Molto spesso si sente una specie di lamento delle maestre che recità così: “Non possiamo seguirlo individualmente (riferito al bambino) perchè dobbiamo seguire il resto della classe. Se aiutiamo solo lui, cosa facciamo con gli altri?” Ora, questa premessa illumina il modo particolare in cui la scuola tratta il singolo ed il gruppo. Infatti, il singolo per la scuola deve rientrare in un gruppo, convenire in una serie, fare parte di una classificazione.

Spesso il bambino adottato si sente fuori da ogni classificazione. Penso che una delle ragioni sia l’effetto di quel mistero iniziale non svelato che rappresenta la sua nascita: innanzi tutto non c’è nessuno che possa rispondere alla domanda fondamentale del bambino, cioè “Cosa voleva l’altro da me?”.

Quando i bambini domandano come vengono al mondo, in realtà domandano cosa vengono a fare, per cosa sono stati portati al mondo, qual’è la loromissione, qual’è il desiderio paterno e materno che ha prodotto una vita nuova.

Il centro della vita affettiva dei bambini si sposta dalla famiglia alla scuola. E’ nella scuola che il bambino trova l’altro, il compagno, il pari, l’identico e il diverso. Tutte creature della sua stessa età. Che grande curiosità l’altro! Quante scoperte su di sè si possono fare confrontandosi con l’altro! Come quando Robinson Crusoe scopre nella spiaggia il segno dei piedi di Venerdì.

A scuola i bambini fanno scambi, si fanno regali, si rubano oggetti, parole, storie… C’è un grande commercio di cose materiali ed astratte. La scuola somiglia a un grande mercato arabo, il Suk. Ogni bambino “vende” la propria storia. Parla dei genitori esagerando le loro qualità per piazzare il prodotto. Oppure “compera” la storia di un altro, la casa “favolosa”, la macchina “meravigliosa” del padre di Matteo.

Quando faccio delle interviste con famiglie per lavorare con i bambini, domando sempre come va a scuola, non solo per un interesse pedagogico, che ovviamente mi interessa, ma perchè lo ritengo un argomento di grande valore. Domando come va con la maestra, con i compagni, per sapere come se la cava nel grande mercato, nel grande bazar. Parla del suo prodotto? Lo vende ad alta voce? O se ne sta seduto in disparte pensando che non ha niente da vendere, oppure che nessuno sarà interessato al suo prodotto?

Dunque non c’è la scuola del singolo, c’è la scuola di tutti, del gruppo.

Passaggi

Domande, attribuzioni e differenze sembrano formularsi tra i bambini con l’inizio della scuola elementare. Sorge spontanea la domanda: perchè nella scuola elementare? Che cosa c’è di particolare in questa istituzione?

La scuola materna, come indica il suo nome è impregnata ancora dello spirito e del corpo materno. E’ riconoscibile la sua impronta. I ritmi più blandi, la possibilità dei genitori di entrare nell’istituzione, il dialogo diretto con l’insegnante, fa pensare che ancora il passaggio del bambino dai genitori alla società non si è completato. La scuola materna è quindi, la condivisione della crescita di un bambino tra due sistemi diversi, il familiare e il sociale. Questi sistemi si interrogano a vicenda sul solo metodo di allevamento. (Che cosa gli piace di più mangiare? Perchè non fa il riposino? A cosa gli piace giocare?) Tra la scuola materna e i genitori c’è un dialogo o almeno un tentativo di comunicazione.

La scuola elementare perde innanzitutto la qualità di materna. Con i suoi riti di passaggio è una istituzione che separa i figli dai genitori, dando per scontato che questo taglio è stato già fatto nella materna. Questa separazione avviene in modo ufficiale, uguale per tutti. Dal primo giorno i genitori restano fuori della istituzione e il rapporto con gli insegnanti non è più verbale, confidenziale, di vicinanza. Non c’è più di un dialogo continuo. La comunicazione passa dalla parola parlata a quella scritta. Gli incontri diventano istituzionali e si parla con gli insegnanti “solo se c’è qualcosa di particolare o qualche problema”.

Come vivono i bambini questa differenza di sistema?

Ovviamente ogni caso è diverso, ma si può dire che i bambini guadagnano in autonomia quello che perdono in sicurezza.

Sono più autonomi perchè già non si intravede più come un’ombra la presenza rassicurante dei genitori che dialogano con le maestre.

Sono più autonomi perchè in questa mancanza devono gestirsi da soli.

Il gruppo dei bambini si ristruttura in modo diverso avendo una minore ingerenza degli adulti. Dal punto di vista psicologico i bambini stanno risolvendo il proprio Edipo.

Edipo che possiamo pensare come il particolare rapporto strutturale che si ha con la madre e con il padre, dal quale deriva la propria posizione nella vita, il rapporto con il proprio sesso e con l’altro sesso. La sessualità, le differenze, vengono pensate in questa età.

Freud considera questa epoca particolare come il periodo della latenza. Un periodo sublimatorio dove le energie vengono dedicate all’apprendimento. Questo processo avviene non senza difficoltà, poichè la curiosità verrebbe naturalmente indirizzata alle recenti scoperte sulle differenze sessuali e le loro conseguenze.

Questo passaggio segna quindi una frattura.

Differenze

Subito quindi una questione: se già tra il padre e la madre si registrano linee educative diverse e nella peggiore delle ipotesi assolutamente contraddittorio, come non aspettarsi una differenza tra il modo di educare della scuola e dei genitori?

Non parliamo di scuola, parliamo di persone, perchè ogni istituzione è un insieme di persone.

Si registra spesso una differenza tra il modo di educare degli insegnanti e i genitori.

Genitori adottivi che ricevono un bambino, già previamente educato. Educato in un altro paese, in un’altra cultura e spesso, in un’altra classe sociale. Genitori che già stavano facendo un lavoro pedagogico quando lo portano a scuola, poichè ben lo sappiamo i primi maestri sono sempre i genitori.

Passare il testimone quindi? Delegare ad un altro l’educazione? Cedere i propri compiti a uno sconosciuto?

Se l’adozione viene tante volte pensata come un parto simbolico, e l’attesa come la gravidanza, credo che il consegnare il bambino alla scuola, darlo, cederlo, sia il primo momento di separazione, perdita del bambino ritrovato. Cioè la netta sensazione che quello che ci apparteneva non è più nostro. Infatti la scuola dell’obbligo dice semplicemente: “Tu non alleverai da solo tuo figlio”.

Questa cessione è difficile, questa separazione vissuta tante volte con pianti e dolore dai bambini preannuncia altre separazioni. Se il primo giorno di scuola piangono i bambini, nel matrimonio piangono i genitori, restituendo le lacrime versate e pareggiando i conti.

Si tratta di cedere qualcosa che tanto si è voluto e che tanto è costato ottenere. E’ un bene prezioso, una gioia infinita che per avere è stato necessario lottare miticamente contro tanti mostri che avevano la faccia dello psicologo che ha fatto la valutazione, i medici che hanno segnato la fine della speranza, le assistenti sociali che frugavano dentro la vita.

Adesso il genitore adottivo che tanto ha fatto, tanto ha sofferto, tanto ha educato deve consegnare il frutto del suo sforzo.

Ma a chi?

Ho rilevato nella mia esperienza che tra la scuola materna e quella elementare i genitori tendono a innamorarsi oppure a odiare le maestre.

E’ un rapporto di tipo passionale, è impossibile l’indifferenza.

La scuola diventa nomi: la maestra tale, la maestra talaltra.

Maestre buone, maestre cattive, maestre intelligenti, maestre stupide. Tutto il sistema scolastico valutato in una sola persona.

Domande

(link)

Passione

Genitori spaventati da un giudizio pedagogico, compiti del giorno dopo, lezione ancora non imparata, bambini seguiti fino a tarda sera, contrapposizione esasperata tra genitori e maestre o alleanze indistruttibili.

Perchè tutto questo dispendio di energia, questa ansia generalizzata che dilaga soprattutto negli adulti (nei genitori e nelle maestre)?

Cosa c’è dietro a tanta passione?

Perchè si gioca così tanto nel rendimento scolastico.

Ma succede in tutti i casi o solo nei genitori adottivi.

Proviamo a pensare.

La scuola è l’istituzione sociale che oltre alla famiglia si arroga il diritto di educare i bambini. Si arroga il diritto, vedete come già in questa espressione metto a fuoco il problema. Vuol dire che dopo i genitori questa è l’altra agenzia autorizzata a trasmettere un codice di vita ai figli.

Tensione, pressione, aspettative, mal di testa

Nella scuola si gioca tutta questa tensione, questa pressione, questo conflitto. E’ significativo pensare che l’oggetto di tutta questa tensione è il bambino, che sarebbe come la trave dove poggia l’intero edificio. E su di lui che si parla, si qualifica, si annota, si discute, si segnala, si ammonisce, si premia e si punisce.

La pressione è talmente grande che tante volte i bambini hanno il male di testa. Cioè la pressione delle aspettative,superando il limite di sopportazione del corpo, attraversando la linea della piena, dilaga in un doloro, dolore dovuto sicuramente a un pensiero esagerato.

Devo pensare tanto che mi fa male la testa. Ho ascoltato tante cose su di me che mi fa male la testa. Si discute tanto se sono o non sono intelligente, se capisco oppure non capisco niente, che mi fa male la testa. Testa che nella maggiore parte dei casi è la prima parte di noi che appare nel mondo. Testa che sembra essere la parte privilegiata del lavorare a scuola, giacchè il resto del corpo sarebbe una specie di supporto, la sedia della testa, seduto nel banco, a giudicare la poca importanza che si dà all’educazione fisica, lo sport, le gambe, le braccia, i piedi.

In Argentina un’insegnante di scuola elementare che seguiva un gruppo di bambini per l’intero periodo scolastico fece una domanda ai bambini all’entrata della scuola elementare (a sei anni) e rifece la stessa domanda all’uscita della scuola elementare, dopo cinque anni. La domanda molto semplice era “Con quale parte del corpo impari”? All’inizio della scuola rinvenne una serie di risposte variegate: con le orecchie, con le gambe, col naso, perfino con le tasche. Alla fine della scuola elementare, la risposta era unanime “con la testa”.

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