Scuola (come devono essere)

La scuola riflette sulla società che rappresenta.
I profondi mutamenti sociali avvenuti negli ultimi anni, impattano sulla scuola e la obbligano a rivedere le sue convinzioni.
La relazione tra la scuola, i genitori e i bambini è occasione d’incontro, di scontro, di frainteso e d’intesa, di grandi aspettative e forti delusioni.
La scuola è il teatro sociale infantile dove ogni bambino comincia a costruire il suo personaggio.foto bimbo allo specchio

La scuola è la prima organizzazione sociale che il bambino trova oltre la propria famiglia.
Nel caso di un bambino in stato di abbandono, spesso la scuola è stato l’unico luogo in cui ha trovato un’organizzazione in contrasto con il caos familiare dal quale proveniva.
Mi riferisco in realtà ad un caos simbolico, dove spesso il padre non ha fatto il padre, la madre non ha fatto la madre, in definitiva, nessuno era al suo posto. Anche se non si può generalizzare, l’adozione rappresenta l’entrata del bambino in un sistema simbolico stabile dove ognuno è al suo posto.

La scuola risponde alla logica istituzionale della ripetizione della continuità. Nella ripetizione di una parola fino ad impararla, di una operazione matematica fino ad eseguirla e nella continuità delle figure che svolgono i ruoli istituzionali, su cui la scuola basa la sua efficacia pedagogica.
La ripetizione di un saluto, di un bacio, di un movimento fisico, che la maestra chiede agli allievi permette la trasmissione di un sapere sociale consolidato. In ogni gesto, ogni bacio, ogni movimento fisico, la cultura mostra la sua capacità di imporsi e di perpetuarsi.

La ripetizione e la continuità fanno l’identità.

Se l’IO deve garantire una certa stabilità al soggetto, una stessa immagine allo specchio, come essere stabile dentro un sistema caotico?

L’identità è un problema filosofico che tocca in modo particolare un bimbo adottato.

La ripetizione e la continuitià quasi monotona della scuola, garantiscono la certezza che al bimbo è mancata fino al momento dell’adozione.

(Tratto da Noi, dentro – itinerario sull’adozione proposto da Alto Becce organizzato dall’ANFAA e percorso delle famiglie adottive)

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“El sentido comun”

Alla c.a. del sindaco, prof. Giorgio Orsoni
e dell’Assessore alla Cultura, dott.ssa Angela Vettese
COMUNE

al Dirigente dei Servizi Sociali dell’Ulss 13 di Mirano (Venezia)

al Pubblico Tutore dei Minori della Regione del Veneto, dott.ssa Aurea Dissegna

Gentili signori,
sono una cittadina italiana, nata e residente nel Comune di Venezia, mamma adottiva di una splendida creatura di 7 anni di origine camerunese.
Ogni giorno, con grande tristezza, devo far fronte a piccoli e inqualificabili episodi di razzismo nei confronti di mio figlio, ai quali sia io che mio marito eravamo stati preparati ma che, trovandoci a contatto diretto nella cruda realtà, ci fanno sempre tanto male.
Ieri pomeriggio, giovedì 27 febbraio, alle ore 16.15, mi trovavo a passare con mio figlio e una sua amica e compagna di scuola davanti al Teatro Toniolo di Mestre, dove sostavano molti bimbi con i loro genitori in attesa di entrare nel Teatro per una festa del giovedì grasso. Abbiamo incontrato un’altra famiglia, conosciuta durante i lunghi anni dell’attesa di nostro figlio, che ha adottato una bimba etiope. Gli animatori della festa sono arrivati sopra una sorta di carretto e mio figlio, la sua amica e la piccola figlia dei nostri amici, sono corsi incontro al carretto. Uno degli animatori, dell’età presumibile di 55/60 anni, vedendo mio figlio, urlava “Oddio un negro, che paura!” e si metteva a ridere sguaiatamente con gli altri animatori occupanti il carretto. Non vi dico il nostro sconcerto di adulti e le facce dei bambini. Mio figlio era molto mortificato e mi ha chiesto il motivo di tale frase.
Chiedo al sig. Sindaco e all’Assessore del Comune di Venezia, che la compagnia che ha svolto tale odioso spettacolo sia ripresa e che tali comportamenti siano pubblicamente stigmatizzati.
Vi ringrazio per l’attenzione, rimango in attesa di un Vostro riscontro e Vi saluto cordialmente.

Dott.ssa Fabrizia Maschietto

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Burocrazia e sanità al rientro in Italia

E’ quasi un anno che il nostro secondogenito è con noi.

In questo anno di post – adozione gli aspetti più complessi e duri da affrontare sono stati due: la burocrazia e la sanità.

1. La burocrazia.

Entri in Italia dall’Etiopia con un passaporto di tuo figlio dove il suo nome è l’associazione del suo nome primo e del suo cognome, mentre il cognome sul documento è il nome del padre. Tecnicamente gli etiopi fanno in questo modo per non slegare padre e figlio, per dare continuità al rientro, scongiurando chissà quale traffico di bambini. E’ una precauzione prevista dallo Stato Etiope e va rispettata.

L’ambasciata italiana ti fa uscire dall’Etiopia solo con in mano il certificato di nascita, plastificato, con foto, con nome di madre e padre, con il nome completo del bambino e il cognome del padre, con la data di nascita, tutto in lingua inglese / lingua amarica. E un papiro in cui c’è scritto che “Andrea J. M” e “J. M.” sono la medesima persona”.

E in più il funzionario dell’ambasciata ti consiglia caldamente questo: ” mi raccomando: una volta in Italia, insistete insistete insistete presso l’anagrafe di competenza, consegnate questo documento e fatevi iscrivere il minore con il suo nome e con il vostro cognome, sennò sono solo casini.”

Appunto.

ufficio pubblico

Entro 10 giorni dal rientro a casa, bisogna iscrivere all’anagrafe il minore.

Quale sarà mai il documento che l’anagrafe di nostra competenza ha ritenuto di “ricopiare” per l’iscrizione del bambino nelle liste comunali?… Ovviamente il passaporto. Geniacci!

“E’ quello che dice la legge, e noi la dobbiamo rispettare!”

Risposta nostra: “Se una legge fa cagare, è ammesso per buonsenso fare ciò che rende l’esistenza più semplice a chi già ha fatto i salti ad ostacoli per arrivare a sto punto”.. (tutto d’un fiato) e un vaffa silenzioso, soprattutto perchè siamo L’UNICA COPPIA rientrata a marzo 2013 in ITALIA ad aver avuto questi geniacci che ci iscrivono così’ il bambino in anagrafe.

GENIACCI!

Così ci siamo ritrovati con una carta stampata sulla quale c’era scritto il nome e il cognome di nostro figlio a questa maniera:

Cognome: Andrea (nome del papà!); Nome: J. M. (nome del bimbo, cognome del padre!)

Vabbuò, andate a cagare. Ovviamente anche il codice fiscale segue quella dicitura.

Il tribunale dopo più di un mese accoglie i documenti del bambino e autorizza la correzione: J. M.. Nuovo codice fiscale e carta di identità nuova di pacca.

Ora, come facciamo a fare l’aggiunta del nome G. , visto che il bambino si riconosce solo il G.?

Prefettura. Documenti da produrre: testimonianze (3) di amici e parenti che devono certificare e giustificare le ragioni di questa aggiunta (G., J. ). Dopo tre mesi veniamo contattati facendoci sapere che la “virgola” fra un nome e l’altro non è più accolta, non esiste più. Dobbiamo decidere come chiamare nostro figlio: G o J? Oppure G J? La scelta è caduta tristemente su una cancellazione di fatto sul nome d’origine, di fatto non legato alla tradizione etiope ma di tono anglofono.

A distanza di altri due – tre mesi il documento è pronto. Anzi no! Il documento lo dobbiamo prendere noi e portare in Comune, dove verrà esposto all’albo pretorio per 2 mesi, nel caso ci fossero opposizioni. (ma di chi? si tratta di un’adozione!) Poi riprenderemo il documento a manina che tornerà in Prefettura e a distanza di altri 2 mesi il tutto verrà decretato come definitivo.

Perciò, nuova carta d’identità, nuovo codice fiscale.

Ad un anno dall’ingresso il bimbo ha avuto già due codici fiscali e due iscrizioni all’anagrafe. A Marzo è un anno che si trova qui e ancora il cambio nome non c’è stato. (TERZO CODICE FISCALE, definitivo) I documenti non sono sostanzialmente a posto.

Scommetto che in Etiopia sarebbe stato più celere, visto che i faldoni ci hanno messo 10 giorni ad uscire dal tribunale di Addis Abeba e 3 mesi per uscire dall’Ambasciata Italiana.

Concludo il capitolo “burocrazia” dicendo che il tutto è assai più complesso nel POST adozione, quando dovrebbe essere tutto più semplice e definito. Da dare ai nervi.

2. Sanità.

E infatti il bambino è iscritto all’anagrafe sanitaria con il cognome “Andrea” e via discorrendo. L’anagrafe sanitaria ci ha pregati in ginocchio di non fare i cambi che ho spiattellato sopra, prima del definitivo, perchè non riuscirebbero a ricostruire la storia sanitaria del bambino e invece di un codice CRO seguono il primo codice fiscale, quello dell’ingresso in Italia e della prima iscrizione azzardata.

dottore

Abbiamo bazzicato parecchio gli ospedali in quest’anno, il bimbo ed io, fino a giungere ad un definitivo ricovero fuori regione.

G. è arrivato in Italia con una macchia pruriginosa in testa, trattata con il canesten già in Etiopia.

Il primo giorno feriale disponibile dopo l’ingresso abbiamo telefonato alla pediatra dell’altro mio figlio, chiedendo un urgente appuntamento per definire le prime visite da fare.

Delusione: “per stavolta ci conosciamo”. “In testa? metta olio.” Bene, uno si fida e sta zitto.

Dopodichè quel pancione così grosso… ci hanno detto che può essere dovuto ai parassiti intestinali.

“Lasci passare due mesi, conta molto l’alimentazione”.

E i due mesi volano. E nulla cambia: in testa si gratta, la pancia un mezzo melone.

Vado dalla pediatra, ma non c’è, c’è la sostituta. Meglio, però: è la prima volta che G. viene misurato, pesato, etc. Si decide per una  visita dermatologica urgente, già dopo due giorni vado in visita e il risultato è “dermatite desquamativa” , cura di cortisone in pomata.

Non passano tre giorni che G. perde tutti i capelli nella zona trattata.

Nel frattempo, la stessa macchia ce l’ha il mio figlio, nonchè io, sul gomito. Una macchia tondeggiante, rotonda, pruriginosa.

Wikipedia mi aiuta: è tigna.

Volo da un dermatologo privato, non si sa mai. E’ abbastanza sicuro che abbiamo la tigna tutti e tre, ma ci invia a fare un esame colturale. L’esito ci sarà dopo 40giorni, nel frattempo un antimicotico in pomata in testa a entrambi e per me sempre in pomata. Per i bambini non c’è niente da fare: se abbandoni la pomata qualche giorno, si ripresenta la macchia, per me in una settimana è andato via tutto.

Esame colturale. NEGATIVO. Non ci credevo. Sono andata su in dermatologia – in forma del tutto pacifica ma intenzionata a risolvere – e mostro alla prima infermiera che becco gli esami che avevo in mano e il mio gomito, attanagliato dalla tigna corporis. Non può non esserci NIENTE.

Si opta per la visita al giorno dopo urgente, con bambini.

Cosa ne esce? Non metter su niente per 40giorni, poi fare un altro esame colturale. I bambini erano già uno in scuola primaria, l’altro in scuola materna. Come dire: diffondiamo un fungo aereo in due plessi scolastici distinti!

Non ascolto ciò che dice il dermatologo, proseguo con l’antimicotico e torno dal dermatologo in privato. Non mi fa pagare: non sa cosa dire, non sa smentire e smontare il lavoro del laboratorio analisi. E mi manda dal primario di un ospedale vicino.

Il primario fa pagare. Ma dice il suo: “non ne hanno azzeccata una”. Cura per entrambi per 7 settimane con la Grisovina, una pastiglia che pesa un pò sul fegato, ma che riesce a risolvere il problema per entrambi. Il mio era già risolto grazie alle intuizioni di wikipedia.

E la pancia? La pancia c’è ancora tutta. Insisto con il primario di pediatria e riesco a far fare un esame delle feci (settembre 2013). Esame delle feci negativo. Io non ci credo, non mi fido e non mi piace il risultato. “Qualcosa ha”, dice.

Intuizione grazie ad amiche con figli del Congo: invia le feci a Negrar, al Sacro Cuore, in provincia di Verona. Faccio. Dopo un mese arriva la busta, apro e chiamo subito il primario di pediatria che ci seguiva. “Ci sono 7 diversi parassiti intestinali in cisti nella pancia di mio figlio. Il Sacro Cuore suggerisce un ricovero per le parassitosi così complesse.” Silenzio e smarrimento.

A dicembre parte l’esposto, con tutti gli allegati medici, che coinvolge 3 plessi ospedalieri su due Asl territoriali diverse, a febbraio il procuratore che ha in carico l’esposto in Tribunale fa sapere che la querela è “possibile”, ma colma di buone intenzioni rispondo che non voglio querelare proprio nessuno.

E’ necessario che le asl e i medici non prendano per scontato che il bambino adottato “stia bene”, piuttosto il contrario: il bambino adottato potrebbe stare male e va visitato. Esiste un protocollo, il Pisa 2007, solo l’Ospedale di San Vito al Tagliamento in Regione lo segue con uno specifico ambito per i bambini adottivi e il bimbo immigrato. Eppure so bene di diverse famiglie che, dopo aver fatto gli esami da loro, hanno dovuto essere ricoverati i figli a Verona, poichè nemmeno a San Vito trovavano, per esempio, i parassiti intestinali.

Laboratori di analisi, datevi una svegliata. Ma seria, però.

Tre giorni di ricovero a Negrar, mai fatto visite così complete e con una consapevolezza tale da rendere qualcunque tema scorrevole. Sarebbe ausipicabile che in tutti gli ospedali il livello fosse lo stesso.

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Bambini del mondo

http://www.darlin.it/reportage/camere-bambini-fotografate-nel-mondo/

http://www.darlin.it/reportage/bambini-con-i-loro-giochi-nel-mondo/

bimba giapponese

 

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L’importanza del ricordo

Il ricordo del luogo nel quale ha vissuto per un anno non può essere azzerato.

Abbiamo tantissime fotografie e video di canti, balli, esperienze esterne all’istituto (gite e visite ad un parco giochi) anche del periodo precedente all’abbinamento, grazie alla collaborazione con l’Ong statunitense che ha fondato l’istituto Miskaye e ad altre coppie italiane con bimbi “Miskaye”. Riconosce tanti dei suoi amici, sa i loro nomi e canta le canzoncine che cantava nella sua casa, anche se di un solo anno, in Etiopia. Richiede ogni tanto di vedere i suoi amici in foto, ne è entusiasta e si cerca nelle fotografie, si esalta nel ritrovarsi.

miskaye 5

La nostra esperienza ci porta ad un risultato positivo nel condividere con gioia con nostro figlio il suo passato in istituto. Questa costante osservazione l’ha infatti aiutato a farci dire che cosa provava quando era lì:

“Cosa fa quel bimbo?” ho chiesto
“Piange. Non c’è sua mamma… sua casa… ” ha risposto con tono triste. 
“Aspettava la sua mamma e il suo papà?”
“Siiii!” come dire, ma è ovvio! 

Insomma, lui era ed è consapevole di questo ruolo di “parcheggio” del luogo in cui si trovava, del malessere che provava lì, certamente chiuso in un piccolo bozzolo silenzioso e timoroso, pur essendo il Miskaye un paradiso, rispetto a ciò che ci vede all’esterno, nelle strade di Addis Abeba. Aspettava anche lui qualcuno, in mezzo ad una comunità di ottanta bimbi, alcuni sorridenti, altri un pò meno.

Conservate ogni fotografia, ogni video fatto, ogni oggetto che possa ricordare, che faccia parte di quella scatola felice del suo passato, mai nasconderlo, ma piuttosto condividerlo piano piano insieme a lui o lei. Ne usciranno delle belle sorprese.

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“Qui non ci sono scarpe per te, anche se hai i soldi per pagarle. “

“Qui non c’è nulla per te, non importa se hai denaro per comprare ciò che io ti posso vendere. Non importa che il mio interesse sia vendere. Per il fatto che hai la pelle scura io non voglio avere nulla a che fare con te”. Lei è Francesca, una donna di 33 anni, di origini indiane, adottata all’età di quattro da una famiglia italiana. Vive a Torino da 29 anni. Lavora in uno studio legale, ha abitudini, amici, look italianissimi. Eppure il senso della risposta che si è sentita dare in un negozio di un grande centro commerciale pochi giorni fa quando è entrata per scegliere un paio di scarpe è proprio questo. Un gesto scontato prima di partire per un viaggio: scegliere qualche indumento adatto alla gita. Per Francesca non è lo stesso. Non è sufficiente che parli perfettamente la lingua, non basta che abbia un viso grazioso e occhi scintillanti e puliti. Il colore della sua pelle, in qualche luogo, la rende ancora “diversa”. LEI non se ne stupisce e dice “è una cosa con cui faccio i conti da sempre, tante volte ho esitato prima di entrare in un negozio e ho preferito aspettare di tornarci con mia madre, è un fatto evidente che quando sono sola il trattamento che ricevo è diverso”. Il “sentimento razzista”, quello che negli anni Sessanta a Torino teneva fuori dalle case e dai luoghi di lavoro gli immigrati dal Sud, è vivo più che mai.

Potrebbe quella donna del negozio di scarpe aver risposto che non aveva nulla da venderle per qualche altra ragione se non per il fatto che il colore della sua pelle è diverso? “Ho anche provato a immaginare una ragione alternativa – dice Francesca – ma certi toni e certi sguardi sono inconfondibili, è anche umiliante doverlo ammettere, ma non c’è equivoco possibile, sono sicura”. Insieme con lei era nel negozio la sorella. “Passeggiavamo per i centro commerciale e ho visto in vetrina quelle scarpe un po’ tecniche che potevano servirmi per le escursioni più impegnative, ho visto che c’era anche il mio numero tra quelli disponibili e così siamo entrate. Una signora di mezza età mi è venuta incontro e mi ha chiesto cosa desideravo, io ho risposto che cercavo un paio di scarpe e lei mi ha chiesto per chi fossero. ‘Per me’, ho detto. Allora lei ha risposto ‘mi dispiace non abbiamo niente’. Non mi ha chiesto modello o numero, mi ha liquidata così, e ha aspettato che uscissi”. Nella domanda: “per chi sono?” c’è il senso dell’intera faccenda.

Francesca non l’avrebbe mai raccontato se non fosse stato per un’amica che ha provato enorme vergogna nel sentire il resoconto di una simile follia. Francesca che è uscita senza dire una parola avrebbe messo l’episodio nel cassetto delle umiliazioni sopportate con rassegnazione, una delle tante. “Sì, ho pensato che avrei ripiegato su un grande magazzino di attrezzature sportive, almeno lì ti cerchi da sola ciò che ti serve, modello e numero di scarpe, e alla cassa ci vai solo per pagare”. Una soluzione accettabile, se non fosse per la ragione che la impone. Se non fosse per il pensiero che è costretta a fare una ragazza indiana che subisce la violenza di essere tenuta “ai margini” perché il suo aspetto esteriore evoca origini lontane. Che ha denaro per comprare un oggetto che desidera ma per qualche motivo le viene negato il diritto di spenderlo.

Le scuole torinesi sono felicemente multietniche da anni, i bambini e i ragazzi vivono con estrema naturalezza il fatto di avere compagni africani o cinesi, o indiani. E’ una delle ricchezze della città. Come è possibile, allora, che una testimonianza come quella di Francesca riporti l’immagine di una realtà così diversa? “In effetti se devo pensare a un periodo della vita in cui ho avvertito meno la sensazione della discriminazione sono stati proprio gli anni della scuola – racconta lei – i miei genitori adottivi mi hanno iscritta in una privata pensando che l’ambiente fosse più protetto e che corressi meno il rischio di incontrare umiliazioni. La città non era ancora meta di grande immigrazione dai Paesi extracomunitari, perciò temevano che mi potessi trovare in situazioni difficili. Invece è stato un periodo molto sereno. E devo ammettere che anche nella ricerca del lavoro mi sono sentita a tutti gli effetti una cittadina italiana: ho un contratto a tempo indeterminato in uno studio legale come segretaria e mi trovo benissimo”.

Poi però si verificano fatti assurdi nelle circostanze più inaspettate. “La storia delle case non date è ancora vera, per esempio. Io ho fatto una fatica incredibile a comprare l’appartamento dove vivo. Abitavo con i miei genitori a San Salvario e mi piaceva l’idea di restarci anche perché lo consideravo uno dei quartieri più multietnici di Torino. Invece era impossibile convincere i proprietari che ero una cliente affidabile. Una volta, presente l’agente immobiliare, il padrone dopo avermi vista disse che lui non la vendeva la sua casa agli extracomunitari. Io avevo persino una lettera di referenze dagli avvocati dello studio, non ci fu nulla da fare”. Alla fine anche per questo Francesca ha aggirato l’ostacolo. Con pazienza, attraverso il passaparola ha trovato una casa e un proprietario senza pregiudizi. Ma è come per le scarpe, in fondo. Esiste una ragione valida per cui la conquista di un diritto indiscutibile debba passare attraverso mille porte chiuse in faccia? “No, non esiste – dice Francesca e quella che risponde è una persona che si considera privilegiata rispetto alla maggior parte degli stranieri che arrivano qui per guadagnarsi da vivere -. Non so immaginare quali fatiche e umiliazioni siano quotidianamente costretti a subire”.

fonte: Repubblica Torino / Cronaca / 4 agosto 2013
http://torino.repubblica.it/cronaca/2013/08/04/news/qui_non_ci_sono_scarpe_per_te_anche_se_hai_i_soldi_per_pagarle-64244117/

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Noi siamo qua

bambini20che20salutanoOgni storia adottiva è completamente diversa, si appiccica addosso alla coppia, ma anche alla famiglia che la coinvolge, ai figli già presenti nel nucleo familiare, che vengono torturati, a volte, pur di intuire i loro umori, le attese e le loro impressioni su ogni passaggio vissuto da mamma e papà.

Nella nostra storia ci sono stati due abbinamenti e tante carte, un primo abbinamento vissuto intensamente a Firenze, dove ci siamo fiondati per vedere il volto della bambina (?) che sognava Daniele come sorella. Abbiamo portato anche lui, cosa della quale ci siamo poi pentiti.

Famiglie, non portate agli abbinamenti i figli che già avete. 

Seduti ad un tavolo ci hanno mostrato quelle carte con quel volto. Non potevo non piangere, da un lato perchè avevo fatto anche mio il desiderio di mio figlio (una femminuccia), dall’altro perchè la fotografia mostrava il volto di un bimbo sofferente, di quattro anni e mezzo ed era proprio quello sguardo che mi aspettavo.

file stack

Quel documento è stato scandito ed inviato ai nonni, tentando di mettere in chiaro una foto controluce, portando in giro questa foto a volte in maniera assurda, sentendo tuo quel volto. Una bella sensazione.  Ma che errore.

Sensazione perduta completamente, assopita, non percepita nel secondo abbinamento, con Gioele. L’abbinamento è arrivato via mail, facendo perdere un pò di magia. Si è perso qualcosa via etere. E poi, non ci credi più, non vuoi affezionarti ad un’immagine, meglio creare un pò di distanza.

Senza parlare dei contraccolpi di un figlio che sa già il nome del fratello, ne parla per indicare il fatto che “essendo più piccolo dormirà sotto, io andrò nel letto sopra!” oppure distinguendo gli stipetti degli armadi o verificando lo stato di salute dei giocattoli o sognando e basta.

Come dire che l’abbinamento è saltato, che il fratello non c’è più? E perchè? E’ stata dura. 20 giorni duri per avere il secondo abbinamento, un pezzo di carta con una fotografia, perchè è quello che è un abbinamento, niente di più.

Il primo viaggio vedi il tuo bimbo

(https://stiamoadottando.wordpress.com/2013/01/02/analogie/)

e hai le certezze.

Vedi il bimbo del primo abbinamento lì in mezzo a tutti gli altri e sei curiosa, perchè quella sottile linea misteriosa ha deciso che non sarebbe stato lui, ma un altro, ti ha tradito. E ti chiedi come mai avessero raccontato delle palle e si trova ancora lì. Daniele l’ha incontrato nel secondo viaggio e ha fatto qualche domanda, riconoscendolo.

Fa parte anche lui della nostra storia, del nostro passato.

Che bello ora riprendere i contatti con gli amici di Gioele, ritrovare i suoi amici, vedere le foto e i video e vederlo sorridere, dando i nomi ai volti che per noi piano piano diventano familiari. Quella è la sua storia, il suo passato dalla quale non va allontanato, fa parte di lui e di noi e i suoi amici sono parte della sua vita. Quell’istituto è parte di noi, ora, una nostra lontana casa, in quanto casa di nostro figlio. condivisione

Andremo a trovare il suo amico di culla quest’estate, con la quale ha condiviso l’ingresso in istituto e l’uscita. Ne parla spesso e a distanza di soli??? 5 mesi vedremo che effetto farà ad entrambi questo nuovo incontro.  E ricevere i messaggi da altri genitori che riconoscono nostro figlio come loro amico e lo nominano, ci fa piacere, una bella rete solidale, anche se distante, di amicizie e di vissuto che non ha senso dimenticare e che alimenta la certezza della vita serena passata in istituto: non è cosa da poco.

Sapere che è arrivato in Italia anche il “figlio meteora”  – come dice un’amica – senza che ci sia stato detto nulla, mi ha lasciato quel velo di tristezza che spesso mi prende quando perdo la fiducia, in senso generale, nella gente.

Spesso siamo rimasti in contatto, attendendo di sapere se c’era la sentenza (che è definitiva!) augurandoci perciò nuova vita per lui, una gioia inespressa, mai arrivata.

La valigetta di carte che compongono la nostra storia adozionale, dai primi documenti consegnati al tribunale, al mandato all’ente, tutto conservato in fotocopia passo per passo, fino agli originali della storia di Gioele, al decreto d’ingresso, allo stato attuale, conserva anche le carte del primo abbinamento: dati medici, fotografia, storia del minore.

gattiniHo chiesto diverse volte, senza ottenere risposte, di poterle spedire al momento di una certezza (e ripeto: solo la certezza della sentenza è definitiva e assoluta!) senza sapere nulla nemmeno di quest’ultima.

Conserveremo queste carte nel silenzio, un giorno le mostreremo a Gioele: tirerà lui le somme sulla capacità degli italiani di creare reti di amicizia e di condivisione.

Noi siamo qua, per chiudere il cerchio.

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